IL COMMENTO DI IRENE
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‘La principessa Mononoke’ è un film, si può dire, epico. Epico e storico, in quanto racconta qualcosa di realmente avvenuto, ovvero il passaggio, non privo di grosse difficoltà, da un'epoca medievale e semiprimitiva ad una civilizzata e industrializzata. E già qui si può notare una delle grandi differenze del film rispetto a tanti altri dello stesso genere. ‘Mononoke’ non fa preferenze: non si culla nell’ideale utopistico di una civiltà bucolica e pacifica, priva di tecnologia e tornata alla semplicità della natura, né ne privilegia una di tipo illuministico, fiduciosa nella scienza e nella tecnica e nelle capacità dell’uomo. Evidenzia, semplicemente, i pregi e i difetti dell’una e dell’altra visione; racconta una vicenda, senza però schierarsi in nessun modo, proprio come il protagonista Ashitaka, che si sente domandare e ripetere più volte, nel corso del film: “Non ho capito bene, ma lui da che parte sta?”

E ovviamente non c’è una risposta. Quel che realmente Ashitaka vuole, e cerca di ottenere con tutte le sue forze, è una convivenza pacifica di uomini e bestie, natura e civiltà umana, caratterizzata da sacrifici minori dall’una e dall’altra parte. O meglio, una coesistenza del buono che c’è dall’una e dall’altra parte. Anche Lady Eboshi, che può dapprima sembrare la figura completamente negativa del film (che invece ne è privo), uccide i demoni e taglia gli alberi, posseduta dal demone che ha nel cuore, ma dà un lavoro a prostitute e lebbrosi, uomini e donne altrimenti rifiutati dalla società, e li fa sentire esseri umani (l’ho detto e lo ripeto: uno dei più grandi messaggi di Miyazaki è che tutti possono trovare un posto in questo mondo).

E’ su questo suo ‘demone interno’ che mi vorrei un momento soffermare. La maggior parte degli errori, degli sbagli più grossi commessi dai protagonisti di questa epica vicenda nascono proprio da questo: dall’odio. Un odio antico, figlio della paura, dell’ignoranza e della sofferenza e, c’è da dire, molto presente nelle culture di tipo medievale, che vivevano tra contrasti e guerre costanti. La stessa, deliziosa principessa Mononoke non riesce, né riuscirà, a perdonare gli esseri umani, perché ormai l’odio in lei è ormai tanto profondo da non poter più venire estirpato.

Ed è proprio da qui che Ashitaka comincia la sua missione: vedere con occhi non annebbiati dall’odio. L’odio acceca e rode gli altri personaggi, che non vedono più al di là del loro naso, del loro cuore, dei loro desideri egoistici. Li trasforma, appunto, in demoni. Come grida Ashitaka ad un certo punto del film, di fronte agli sguardi attoniti degli abitanti della Città del Ferro: “E’ questa la forma che ha l’odio!”, riferendosi al suo braccio destro maledetto. L’odio, non c’è dubbio, rende quel braccio fisicamente molto più potente, ma anche incontrollabile, impulsivo e deleterio, tanto che a lungo andare il ‘marchio’ finirà per ucciderlo. Avete presente quando avete una lite molto agitata con un’altra persona, o in alternativa vi arrabbiate molto, e alla fine perdere il controllo, vi sentite come se voleste far esplodere tutto e magari iniziate a lanciare oggetti a destra e a manca, mentre dentro di voi si deposita un fondo di amarezza? Ecco. Finché questo capita una volta ogni tanto, è normale, e ci rende umani. Ma se questo sentimento senza controllo divenisse governatore delle nostre azioni, non saremmo più noi stessi.

E’ tale sentimento che Ashitaka cerca di combattere. Lo combatte con tutte le armi a sua disposizione: l’amore (in questo caso per San, di cui lui vede tutta la bellezza di donna, di ragazza gentile e saggia ma in qualche modo nascosta dal suo risentimento incurabile), la sensibilità, l’intelligenza e la sete di conoscenza. La domanda che noi umanamente ci poniamo è se riuscirà o meno nell’impresa, ma vedremo che anche a questo non troveremo risposta. Dopo la battaglia, dopo che è stata addirittura tagliata la testa allo Shishi Gami, il grande spirito della foresta, tutto sembra perduto. Eppure, dopo un lungo momento d’angoscia e di sospensione, i fiori ritornano a crescere (quasi commovente, a questo punto, il commento di Korohku: “Non sapevo che il Grande Spirito della Foresta facesse crescere i fiori!”, che ci riporta al problema dell’ignoranza) e così gli alberi. Ma non torna tutto come prima: si arriva semplicemente a una condizione nuova, e diversa.

E questo perché la vita continua. E’ questo il messaggio, o meglio, uno dei messaggi de ‘La principessa Mononoke’. “Lo Spirito della Foresta è qui, e sta cercando di dirci qualcosa: che è tempo per noi due di vivere”. Tutto si condensa in queste parole che potrebbero essere di Ashitaka come di un grande filosofo, che sono semplici e vecchie come il mondo. La nostra vita, e la vita del nostro popolo, e dell’intero universo, è fatta, e così sempre sarà, di elementi brutti e belli, di amore, di odio, di allegria, di sofferenza, di periodi di stabilità e di fratture e di lotte (e questo non vuol dire che non si debbano combattere le cose negative, le guerre in primis, e tentare di evitarle in ogni modo, anzi, ma non le si potrà mai eliminare definitivamente). Proprio perché è vita e, in quanto tale, degna d’essere vissuta in ogni sua parte.