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=>Commento<= |
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Tutti i bambini diventano adulti. E’ la frase d’apertura di Peter Pan, e anche il tema dominante di questo film; sì, perché Kik’s delivery service è, principalmente, un racconto di formazione. E’ la storia della piccola Kiki, streghetta in erba, che, secondo un antico rituale in vigore da sempre presso le famiglie di streghe, a 13 anni deve lasciare casa e famiglia e cercare fortuna in una città sconosciuta. Il film si apre con la solita delicatezza che caratterizza tutte le opere di Miyazaki; e si rimane subito colpiti dalla fulgida bellezza dei fondali, dei colori, delle ambientazioni. Nonché dei personaggi: la freschezza infantile di Kiki conquista immediatamente, i suoi genitori, parenti e amici ci introducono a quel mondo di calore e di allegria che è l’ambiente familiare (significativo l’abbraccio del padre che, commosso, non riesce a credere quanto sua figlia sia cresciuta). Ma la nostra Kiki lo lascia quasi subito per partire verso l’ignoto, e sul suo cammino incontra temporali, difficoltà, stranezze, persino una strega più esperta di lei che inizialmente la squadra con aria di sufficienza. Poi trova la sua città. La sua strada. E là vive molteplici avventure, conosce l’amicizia e l’affetto, incontra l’amore, ma scopre che la vita è fatta anche di fatica, dolore, incomprensione e meschinità (ad esempio, rimane affranta dalla scarsa considerazione che una ragazza ha per il lavoro, denso d’amore, di sua nonna). Arrivata ad un certo punto, le vengono meno anche i suoi poteri… ma anche lì, quando tutto sembra perduto, trova un’amica a sollevarla, e a spiegarle che l’arte non sempre riesce a comando, ma è capricciosa, ha bisogno di tempo per manifestarsi e bisogna anche accettare che svanisca, per un po’, salvo poi ritrovarla dopo un ulteriore momento di indagine e di riflessione. Cresciuta, riesce infine a salvare la vita al ragazzo che ama (riamata). Non è difficile ritrovare, nel percorso di Kiki, tutte le tappe di crescita e maturazione attraverso le quali tutti passiamo, o siamo passati. L’elemento originale sono le conclusioni che Miyazaki, dopo avercele mostrate, ci fa trarre. E cioè che la vita (concetto che sarà poi ribadito ne La principessa Mononoke) è vita: è fatta di orrore e di bellezza, di felicità e di dolore, di genuinità e di menzogna. Sta a noi scegliere l’una o l’altra. Ma questo non in base a una manicheistica divisione del mondo in buoni e cattivi, ma riconoscendo semplicemente l’autenticità, l’originalità, il vero affetto. E perseguendo sempre la felicità, intesa non come una condizione generale ma come il raggiungimento di ciò che è veramente importante per noi: una felicità individuale, unica e irripetibile, che deve sempre rinnovarsi, come devono rinnovarsi i nostri sogni, i nostri obiettivi, l’importanza delle nostre relazioni. Va accettato anche il dolore, arma che ferisce ma non uccide. I mezzi per cicatrizzare le ferite vanno trovati, quando noi siamo troppo deboli per rialzarci, nelle persone che ci stanno intorno, persone più anziane e sagge di noi o semplicemente fidate e amate. E allo stesso modo vanno affrontate le difficoltà. Non serve eroismo, soltanto tutta la nostra umanità, chiamata continuamente in gioco dai limpidi messaggi morali di Miyazaki. Cinematograficamente parlando, il ritmo di Kiki’s delivery service è più stagnante che in altre opere di questo regista, assai più dinamiche e serrate. Ma il suo pregio, in questo caso, oltre al contenuto, è il modo in cui le vicende universali di Kiki vengono raccontate. Miyazaki coglie, ancora una volta, attraverso questo mezzo che gli è così consono, il cinema, quell’impalpabilità dei sentimenti (dell’amore in primis; sono rimasta catturata dalle sfumature della relazione tra Tombo e Kiki), delle situazioni, della natura umana, che ci mostra, come sempre, con disarmante sincerità, con continui inviti a riflettere. Solo la magia di Kiki non è da tutti: è Arte, sepolta da qualche parte in noi e quasi mai portata alla luce. Miyazaki sorride e ci sfida a trovarla. Quasi ammiccando. |
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