I COMMENTI: IL COMMENTO DI IRENE
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La prima cosa che devo dire di questo film è quanto a lungo, e con quanta impazienza, l’ho atteso. Praticamente dal momento della lontana uscita italiana de ‘La città incantata’. E qui c’è un’altra cosa da dire: dopo ‘La città incantata’, le mie aspettative per questo film, come, credo, quelle di chiunque altro, erano molto alte.
‘Il castello errante di Howl’ è diverso dalle altre opere di Miyazaki, benché tratti essenzialmente gli stessi temi. Forse perché, per la prima volta, il Maestro si cimenta con una storia tipicamente occidentale: un libro di Diana Wynne Jones, autrice inglese molto popolare (in patria) di fantasy e libri per ragazzi. ‘Howl’s Moving Castle’ narra del bel mago Howl, possessore di un castello in grado di muoversi su quattro zampe, mosso dal demone del fuoco Calcifer, cui lui è legato da un misterioso patto, e di Sophie, giovane cappelliera trasformata in una novantenne da una strega gelosa, che trova lavoro come donna di servizio proprio al castello di Howl. Figurativamente, il film è stupendo, una vera gioia per gli occhi dall’inizio alla fine: dalle atmosfere steampunk di fine Ottocento, ai colorati personaggi, passando proprio per il castello mobile di Howl, un assurdo e improponibile insieme di pezzi di ferro e stramberie d’ogni sorta, che si muove ansimando e sbuffando sulle sue zampine d’uccello. Il tutto è animato benissimo, e lo Studio Ghibli dà qui prova di straordinaria professionalità, c’è veramente da levarsi il cappello di fronte a questo tripudio di colori e luci.
Ma la Wynne Jones si presenta come un osso duro, e avendo letto io stessa alcuni libri di quest’autrice posso confermare che non è affatto facile da trasporre: le trame sono complicate e ingarbugliate, e di certo un film che raccontasse per filo e per segno tutte le peripezie di Howl e compagnia sarebbe stato lungo sei ore minimo. Hayao, invece, dimostrando ulteriore maestria, ci riesce bene; anche se talora si confonde e lascia confondere lo spettatore. E non scorre neanche liscio come le sue opere precedenti, bensì spesso a scossoni, assumendo durante il suo corso andamenti differenti. La caratterizzazione dei personaggi, quelli centrali in particolare, viene meno curata, suppongo per lasciar maggiore spazio alla storia. Inoltre la polemica antimilitarista assume contorni molto più vaghi del solito.
Malgrado tutto ciò, ‘Il castello errante di Howl’ riesce a incantare, e lo fa fin dalle prime sequenze. Trasporta lo spettatore in un mondo fantastico diverso dal nostro, eppure tanto simile, dove ci sembra di ritrovare noi stessi e vorremmo perderci. E’ un microcosmo, come sempre nei film di Miyazaki, intimo, che ci contiene. I personaggi, i protagonisti, ci somigliano perché sono umani: Howl è un ragazzo schivo, che va cercando la felicità nei cuori altrui (è infatti noto come un terribile dongiovanni), a tratti è egoista e infantile (ma non è una cosa che si può perdonare, in uno che non ha cuore?) ma ha il semplice desiderio di essere libero, come non lo è dalla sua infanzia. Ci viene detto che è senza cuore; ma lo è veramente? Riesce a riconoscere le cose importanti per lui e a provare qualcosa di molto simile all’affetto per Sophie pur essendone privo. Forse sarebbe più adatto definirlo in lotta, o in cattivi rapporti col proprio cuore? L’ha barattato con un demone per qualcosa che gli sembrava più importante e non riesce a essere felice, solo a provare e a desiderare un’ombra di felicità, e si dispera quando perde (crede di aver perduto) la sua bellezza, perché è ormai una delle poche cose che gli rimane.
Sophie, invece, è una ragazza molto superiore ai suoi anni, e non solo a causa del maleficio. Non perde la calma quando d’improvviso si risveglia novantenne, fa da balia al solitario Howl, se ne innamora e trasforma gli abitanti nel castello in una famiglia (non a caso, questo è un film a carattere corale, che non si focalizza in particolare su uno dei personaggi). La sua è la magia più forte: riesce a salvare Howl e il suo cuore senza avere, almeno apparentemente, nessun potere particolare.
Alla fine de ‘Il castello errante di Howl’ (che arriva subito: ma sono passate davvero due ore?, viene da chiedersi) ci si sente presi da un’insopprimibile malinconia. Veniamo strappati da un sogno; vorremmo ritornare subito nel magico mondo di Howl, restare nel suo castello e, che importa, vivere pure le guerra e il resto, tanto ne vale la pena. E’ magico.